STORIA

Le buone idee sono solite sonnecchiare, con pigrizia felina, nei gesti quotidiani. Farsi la barba, aspettare il vaporetto. Mangiarsi le unghie guardando fuori dalla finestra. Aspettano che qualcuno le risvegli con note suadenti. E poi spesso - diciamocelo - hanno un’apparenza poco solenne. Uno sberleffo salutare ai sottili e vitrei alambicchi cerebrali. Bella scoperta, come l’uovo di Colombo. Eppure.

Quella mattina di settembre Giannantonio iniziava, sbarbandosi con cura e sigaretta, una nuova settimana di lavoro. Esattamente due dozzine di allievi + 1 si preparavano ad affrontare il proprio personale percorso ad ostacoli. Zigzagando tra solfeggio, strumento, armonia. Ognuno avrebbe svolto il proprio modesto lavoro, ignorando l’esistenza degli altri ventiquattro. Salutando con un arrivederci alla prossima settimana, sarebbe rincasato a testa bassa sognando Coltrane. O più probabilmente, la nuova vicina di casa.

Fu esattamente quando la lametta giunse in prossimità del muscolo pterigoideo che Giannantonio realizzò, senza alcun rapimento estatico, e anzi conservando il regolare battito cardiaco, e solo accentuando – lievemente - la pressione delle labbra sulla sigaretta (era in fase di inspirazione), la seguente cosa. Che venticinque corpi capaci, ciascuno, di centomila miliardi di connessioni sinaptiche producono nell’arco delle dieci ore lavorative un tale quantitativo di vibrazioni da risvegliare un morto. Colpito e affondato da uno dei più vecchi adagi della storia. Eh sì, l’unione fa la forza.

Sopportate per un momento una citazione erudita. C’è un’ottima ragione, benché non proprio confortante. Perché oggi la scuola, con il senso greco di scholè - tempo libero, dedicato alla ricerca disinteressata - spartisce unicamente una parentela fonetica. Non ci interessava metterci in fila per intasare a nostra volta la martoriata mente dei discenti. Il corsi veri e propri di tecnica da noi sono venuti dopo. Dopo i laboratori di musica d’insieme che producono quelle onde vibratorie capaci di risvegliare un morto. I didatti parlerebbero del “momento creativo e corale della pratica musicale”. A noi, semplicemente, ci piace fare.

Questo è stato il richiamo irresistibile per alcuni nomi insigni della scena jazzistica italiana, come Paolo Birro (pianoforte), Marco Castelli (sax), Sandro Gibellini (chitarra), Tiziana Ghiglioni (canto), Roberto Rossi (trombone), Pietro Tonolo (sax), che oggi annoveriamo tra i nostri docenti. E poi non poteva non nascere una Big Band, la Keptorchestra, che ha compiuto da poco da vent’anni.

Nel 1999 si realizza un’utopia. L’invasione pacifica di Venezia. Girare tra campi e campielli è come roteare un caleidoscopio sonoro. Musica balcanica, transilvana, ambient. Incidentale. Quella dall’apparenza più museale e la contemporaneità pulsante del jazz elettroacustico. Polifonia rinascimentale e Gipsy. Beat Rock Folk Blues. Swing. “Venezia suona”: un altro modo per far vivere l’idea di musica de Il Suono Improvviso. Libera dalle gerarchie di genere e luogo, allergica all’etichetta, amante delle differenze. Irrinunciabilmente migrante.

Venezia, 1983. La musica viveva asserragliata nel prestigioso conservatorio cittadino. Archiviata in categorie invalicabili, preservata da prassi millenarie. Niente contro Vivaldi e le sue putte, il grande Monteverdi, i fratelli Gabrieli, e con un salto mortale: il geniale Nono. Ma la musica colta non aveva ancora recepito gli ultimi sessant’anni di storia. D’accordo, afroamericana. Ma all’inizio degli anni Venti l’era del jazz si era spalancata per tutti, bianchi e neri, americani ed europei, e non la si poteva ignorare. E invece. Pensate che ancor oggi il conservatorio più vicino in cui imparare a suonare il sax è ad Adria.

Se un pensatore si onora pensando, la musica si onora, appunto: facendo musica. Voce, strumento. Ma anche attraverso lunghi segmenti di silenzio. O intonando rumori.

Ci raggiunse, chiara e distinta, l’eco ribelle dei maestri futuristi che volevano celebrare con l’istinto mimetico dei fanciulli i suoni del progresso: automobili, treni, aerei, macchine, - quel che noi oggi chiameremmo inquinamento acustico. E il jazz, la propria incontenibile libertà metamorfica, la deve anch’esso alla capacità di avvertire il cuore pulsante del presente e riprodurne il linguaggio segreto. Nacque così il circolo Intonarumori, nel cui grembo crebbe Il Suono Improvviso. Con una spiccata predilezione - mai tradita, come succede solo con la musica - per il genere jazz. Che è uno dei pochi organismi viventi a poter vivere senza preoccuparsi di cosa gli accadrà da lì a due minuti.